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Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
Dante Alighieri
Inferno, canto XXVI Ulisse
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opera: Sandro Botticelli, Ritratto di Dante, 1495 – collezione privata
Con queste parole, nel cuore dell’Inferno, Ulisse si rivolge ai suoi compagni di viaggio, esortandoli a superare i limiti del mondo conosciuto.
Non cerca gloria né ricchezze: vuole sapere.
Vuole capire cosa c’è “oltre”.
Dante lo pone tra i dannati perché ha osato troppo, anteponendo la conoscenza alla responsabilità.
Ma la sua voce resta una delle più potenti dell’intera Commedia, capace di parlarci chiaramente ancora oggi.
Il “Canto di Ulisse” è il Canto XXVI dell’Inferno, in cui Dante e Virgilio incontrano l’eroe greco, punito tra i consiglieri fraudolenti nell’ottava bolgia.
Un’unica fiamma a due punte racchiude Ulisse e Diomede, che progettarono l’inganno del cavallo di Troia e il furto del Palladio. Insieme commisero peccato e insieme scontano la pena. Poiché con la lingua ingannarono gli altri e tennero celata la verità, per la legge del contrappasso (dal latino contra e patior, “soffrire il contrario”) sono avvolti e nascosti da lingue di fuoco.
Il Poeta non aveva letto l’Odissea perché non conosceva il greco e i grandi scrittori latini (Virgilio, Orazio, Seneca e Cicerone) non davano notizie sulla fine di Ulisse. All’epoca di Dante era nota e accettata l’ipotesi del grammatico latino Servio Onorato (fine secolo IV), uno dei commentatori dell’opera di Virgilio. Nell’Eneide descrivendo il viaggio di Enea lungo le coste della Calabria, si parla di un luogo chiamato Scyllaceum e Servio, mentre illustra il passo, spiega che l’aggettivo Scilaceum: (“pericoloso per le navi”) sarebbe derivato dal naufragio fatto da Ulisse su quelle spiagge; l’eroe greco avrebbe poi fondato una città con i resti delle sue navi distrutte, dandole il nome di Navifragum Scyllaceum.
Dante quindi, basandosi su questi indizi, crea una sua originale versione della storia e fa di Ulisse il simbolo dell’uomo che spinto dal desiderio di conoscere e di sapere, di sua volontà – e non per volere del Destino o della divinità avversa –, può superare i limiti imposti da Dio e perdersi per sempre.
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