cctm collettivo culturale tuttomondo Veronica Gambara (Pralboino, 1485 – Correggio, 1550)

di Veronica Gambara (Pralboino, 1485 – Correggio, 1550)
Occhi lucenti e belli,
com’esser può che in un medesmo istante
nascan da voi nove sì forme e tante?
Lieti, mesti, superbi, umili, alteri
vi mostrate in un punto, onde di speme
e di timor m’empiete,
e tanti effetti dolci, acerbi e fieri
nel core arso per voi vengono insieme
ad ognor che volete.
Or, poi che voi mia vita e morte sète,
occhi felici, occhi beati e cari,
siate sempre sereni, allegri e chiari.
da Le Rime, Olschki, 1995
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opera: Correggio, presunto ritratto di Veronica Gambara, 1520
Veronica Gambara (Pralboino, 1485 – Correggio, 1550) è stata una poetessa italiana.
Poetessa fra le più note del Cinquecento italiano, figlia del conte Gian Francesco e di Alda Pia dei principi di Carpi, nacque a Pratalboino, vicino Brescia, nel 1485, in un’aristocratica famiglia, e ricevette una raffinata educazione umanistica, studiando il greco e il latino, la filosofia e la teologia.
Sposata a ventiquattro anni a Giberto VII, signore di Correggio, lo amò e visse con lui un felice matrimonio fino al 1518, anno in cui divenne vedova.
Rimasta sola, Veronica dovette occuparsi sia della gestione degli affari di famiglia, sia dello stato di Correggio, che resse con molta prudenza e saggezza per tutta la vita, subentrando autorevolmente al marito, riuscendo ad assicurare importanti cariche civili e militari ai due figli, Ippolito e Girolamo, e persino a respingere attacchi nemici.
Donna di temperamento, energica ed abile, fu talvolta anche bizzarra; dopo la morte del marito vestì sempre di nero, obbligò al nero i suoi cortigiani e sulle porta dei suoi appartamenti privati fece incidere i versi dell’Eneide in cui Didone afferma la sua eterna fedeltà al compianto marito Sicheo:
Ille meos primus, qui me sibi iunxit, amores
abstulit, ille habeat secum, servetque sepulchro.
Colui che primo mi legò possiede il mio amore,
per sempre lo mantenga nella tomba.
Veronica riuscì a conciliare felicemente gli affari politici e l’attività letteraria, intrattenendo corrispondenze con molti letterati ed uomini illustri dell’epoca, come il Bembo, il Bandello, l’Ariosto, l’Aretino, persino l’Imperatore Carlo V, che ebbe anche ospiti alla sua corte, e, estimatrice del Petrarca, producendosi, su moduli moderatamente petrarchistici, in rime leggiadri ed eleganti ispirate da sentimenti autentici e non da puro spirito imitativo del suo modello.
Veronica Gambara morì a Correggio nel 1550; le sue Rime, comprendenti prevalentemente sonetti, ma anche madrigali, stanze, ottave e una frottola, in cui spazia dai temi personali a quelli religiosi, con riflessioni sul tempo, sulla brevità della vita e sulle vanità umane, apparvero sparsamente in diverse raccolte già nel 1554, ma furono ordinate in volume per la prima volta solo nel 1579.
Nei primi componimenti, ispirati ad un infelice amore giovanile, già si palesava il suo talento poetico, riconosciuto anche da Pietro Bembo, modello letterario ma anche di vita morale, con il quale la Gambara ebbe uno stretto rapporto epistolare e personale e i cui canoni di equilibrio e compostezza influenzarono il suo stile compositivo.
Impeccabili stilisticamente, sostenute da una solida base culturale, le Rime, che tanto piacquero a Giacomo Leopardi, soprattutto nei versi descrittivi di paesaggi idilliaci, sovente risultano fredde ed artificiose perché eccessivamente controllate, prive di quel calore che, invece, traspare nelle Lettere, in cui Gambara si rivela anche arguta e vivace.
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