cctm collettivo culturale tuttomondo Francesco Scarabicchi da Il prato bianco
La virtù dell’amore
non ha nome.
Ultima sulle scale,
è lei che guarda
all’annuncio di giugno,
a questa tarda
verità della fiamma
che non muore.
Francesco Scarabicchi
da Il prato bianco, Einaudi, 2017

foto: Francesco Scarabicchi
Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951 – Ancona, 2021) è stato un poeta e traduttore italiano, che si occupava anche di letteratura e arti visive.
Scarabicchi era stato collaboratore di Franco Scataglini,perché oltre alla produzione poetica, aveva tradotto Machado e Garcia Lorca e si era occupato di arti figurative. Tra le sue pubblicazioni La porta murata (Residenza, Ancona 1982), con introduzione di Francesco Scataglini, Il viale d’inverno (L’obliquo, Brescia 1989), con postfazione di Massimo Raffaeli, Il prato bianco (Einaudi, 2017), L’esperienza della neve, Donzelli, 2003, Il cancello 1980-1999 (peQuod, Ancona 2001), Nevicata (Liberilibri, Macerata 2013), Gli istanti feriti (Università degli Studi, Ancona 2000) e Taccuino spagnolo (L’obliquo, Brescia 2000), in cui erano raccolte le sue traduzioni.
Alcune sue raccolte di poesie sono accompagnate da incisioni e fotografie. Aveva ideato nel 2002 il periodico di scritture, immagini e voci ‘Nostro lunedì’. Tra i suoi testi anche raccolte di cronache d’arte e un poemetto sull’arte di Lorenzo Lotto, Con ogni mio saper e diligentia. Stanze per Lorenzo Lotto (Liberilibri, Macerata 2013). Tra i riconoscimenti il Premio Nazionale Letterario Pisa, sezione Poesia.
“Il prato bianco” uscì da un piccolo, raffinato editore, l’Obliquo, nel 1997. Era la terza raccolta poetica di Francesco Scarabicchi, che con quel libro entrava a pieno diritto fra i maggiori poeti italiani contemporanei, confermandosi poi a più riprese nei vent’anni che sono seguiti.
L’atmosfera invernale evocata fin dal titolo fece parlare Gian Carlo Ferretti di «uno scenario dominato dal gelo, dalla neve, dal bianco, quasi immagini di un mondo in letargo, invisibile, ma segretamente vivo e disposto al risveglio». È in questa situazione di apparente abbandono che le immagini della natura si fanno precise: prati, serre, fiori, alberi: descrizioni realistiche ma anche metafore a indicare cura e accudimento. Sono paesaggi di una natura coltivata, non selvaggia, e questo accudimento meticoloso, nonostante l’ala fredda che incombe su persone e cose, sembra essere la cifra dell’umanità che emerge da questi versi, già a partire dalla prima poesia. Curarsi di ciò che sopravvive, celebrare senza retorica ciò che è destinato a non sopravvivere: quella di Scarabicchi è una malinconia composta e quasi serena anche quando, nel nucleo centrale del libro, viene affrontato piú direttamente il tema della morte: e sono forse le poesie piú intense di tutto il libro.
