cctm collettivo culturale tuttomondo Alessandra Saugo (Italia)
«Mamma, noi due ci vogliamo un bene sicuro, lo sappiamo noi qual è la nostra aria fatata di volerci bene, lo sappiamo noi qual è l’atmosfera cristallina della nostra lunghezza d’onda, del nostro unisono».
Alessandra Saugo
da La custodia dell’angelo, Wojtek Edizioni, 2025

Massimo Recalcati da Robinson – 2 novembre 2025
Abbiamo una scrittrice immensa. Solo una stretta cerchia di ammiratori la conoscono e la leggono. Abbiamo una scrittrice che è una potenza pura della lingua, un istinto poetico vorticoso, una ironia amara e tagliente, una donna rara, un carattere rigoroso. Il suo nome è Alessandra Saugo, nata il 14 gennaio del 1972 a Valdagno in provincia di Vicenza, spezzata da una spietata malattia il 22 settembre 2017. L’industria culturale l’ha sempre ignorata, non solo il mercato dei libri non le ha attribuito alcun riconoscimento ma anche gli editori l’hanno, salvo rare eccezioni, respinta.
È accaduto a molti tra i grandi. Il rigore estremo della sua scrittura non ha mai fatto sconti: nessun artificio, nessuna finzione ammiccante, nessun compiacimento, nessuna scorciatoia. Scrivere per lei coincideva semplicemente con il vivere. Una vita difficile la sua, colpita a più riprese – una madre amata morta suicida, un marito che la tradisce, una malattia che la stronca prematuramente all’età di 45 anni.
Dopo la morte Antonio Moresco e Susanna Mati si sono impegnati a pubblicare i suoi scritti inediti. Tra questi il recentissimo La custodia dell’angelo per Wojtek edizioni. Si tratta di un libro “inclassificabile”, come lo definisce Moresco nella sua nota introduttiva. Al centro l’esperienza del dolore. Non narrata astrattamente, ma attraverso un autobiografismo crudele e senza pudore. Il suo dolore è stato innanzitutto quello insorpassabile per la madre. È la prima parte del libro. Una voce femminile divergente dal conformismo della narrativa oggi in voga e che piuttosto rievoca la voce straziata di Antigone o quella di Marguerite Duras, ma con una tenerezza a queste sconosciuta.
Alessandra Saugo può scrivere del brodo, come ha fatto in Bella pugnalata (Effige, 2010), della sala d’attesa del suo analista come fa in Metapsicologia rosa (Feltrinelli 2017) o, come in questo ultimo libro, della pulizia del pavimento con una prosa che rende questi semplici eventi della vita quotidiana delle vere e proprie epifanie. E poi c’è in questo libro il dolore lancinante del tradimento, l’esperienza della sua “scaraventazione”. L’incanto dell’amore dei due si frantuma e un precipizio si spalanca. Nella biografia della scrittrice è il secondo (inelaborabile) trauma dopo quello della morte violenta della madre. Ancora una volta deve sperimentare l’essere allontanata, messa da parte, disillusa, deve incontrare la perdita e l’offesa.
Probabilmente un dolore troppo grande che le ha spezzato il cuore. La dolcezza struggente della sua poetica che questo durissimo libro offre al lettore annuncia, infatti, anche la sua scomparsa.
Mi auguro che questo libro trovi i suoi lettori. Mi auguro che il talento impareggiabile di Alessandra Saugo venga pienamente alla luce come merita.
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