cctm collettivo culturale tuttomondo Irantzu Varela Vergogna
Mi hanno educata alla vergogna.
Mi hanno insegnato a vergognarmi del mio corpo, dei miei gesti, dei miei pensieri.
Mi hanno insegnato che quello che penso è assurdo, che quello che faccio è ridicolo, che quello che desidero è sbagliato.
Così ho imparato a tacere quello che pensavo, per paura che qualcuno, intorno a me, avesse idee migliori.
Ho imparato a rinunciare a ciò che avevo voglia di fare, per paura che qualcuno lo trovasse fuori luogo.
Ho imparato a smettere di inseguire ciò che desideravo, perché temevo che qualcuno lo giudicasse inappropriato.
E non mi è bastato vivere sotto lo sguardo degli altri. Ho finito per fare mia anche la loro vergogna.
Così ho imparato a chiedere alla vergogna come vestirmi, per timore che qualcuno pensasse che volessi piacere o attirare l’attenzione.
Ho imparato ad ascoltarla quando mi spogliavo, perché avevo paura di sentirmi bene nel mio corpo, di abituarmi a mostrarlo — e a mostrarmi — senza timore.
Ho imparato a consultarla prima di aprire bocca, per paura di dire, senza filtri, quello che mi attraversava la mente.
E allora ho smesso di ballare, di ridere fino alle lacrime, di grattarmi il sedere, di fare domande quando non capivo, di dire quello che pensavo, di condividere quello che provavo, di chiedere aiuto, di indossare una gonna, di andare al mare, di mangiare o piangere in pubblico, di uscire senza reggiseno, di truccarmi, di uscire senza trucco, di scendere in strada spettinata, di mettere quei vestiti che, secondo gli altri, non mi stavano bene, di chiamare chi mi mancava. di fare il primo passo, di dire di no, di dire di sì, di lamentarmi, di riconoscere i miei meriti, di essere orgogliosa di me, di ammettere che avevo paura.
E, vergognandomi ogni giorno un po’ di più, ho capito una cosa. Che la vergogna non si sarebbe mai saziata. Avrebbe continuato a mettersi tra me e la persona che ero davvero.
Così sono andata a cercare quella parte di me che non conosce la vergogna. All’inizio si nascondeva. Le faceva quasi paura uscire. Poi, piano piano, mi ha preso per mano. Mi ha trascinata a ballare. Ha cantato con me. Siamo uscite di casa struccate.
Mi ha insegnato a parlare senza chiedere il permesso. A ignorare tutte le cose di cui, a quanto pare, avrei dovuto vergognarmi.
E oggi non ho più tempo per la vergogna.
Sono troppo impegnata a vivere.
Irantzu Varela

foto: Irantzu Varela
Irantzu Varela Urrestizala (Portugalete, Biscaglia, 24 luglio 1974) è una giornalista, attivista e divulgatrice femminista basca, nota in Spagna per il suo impegno nei diritti delle donne, la visibilità lesbica e la critica intersezionale alle disuguaglianze di genere.
Nata in una famiglia di origini operaie – figlia e nipote di sardineras (venditrici di sardine dei porti baschi) e di un operaio – ha trascorso l’infanzia a Basauri. Si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università dei Paesi Baschi (1993–1998), specializzandosi poi in cooperazione internazionale e sviluppo, nonché in comunicazione e genere.
Dopo nove anni nel settore delle ONG come responsabile della comunicazione, si è dedicata interamente al giornalismo e all’attivismo femminista. È creatrice e conduttrice di El Tornillo, microspazio femminista prima su La Tuerka e poi su Público TV, e collabora regolarmente con Pikara Magazine nella rubrica Aló Irantzu. Coordina Faktoria Lila, piattaforma di formazione e creazione femminista, e nel 2022 ha co-fondato a Bilbao La Sinsorga, un centro culturale femminista gestito interamente da donne.
Ha diretto il documentario Él nunca me pegó (2015), sulla violenza psicologica, e nel 2015 è stata candidata al Senato per la Vizcaya con la coalizione indipendentista basca EH Bildu.
Tra le sue pubblicazioni figurano i volumi collettivi (h)amor4 propio (2019), (h)amor5 húmedo (2020), (h)amor8 gordo (2023), il saggio (Ya no) soy esa (2021) e le memorie Lo que quede (2024). Nel 2022 ha ricevuto il Premio Riconoscimento Arcoíris del Ministero dell’Uguaglianza spagnolo per la visibilità lesbica nei media e la difesa dei diritti delle persone trans, oltre al premio Hondarribia Berdintasun Hiria per il suo lavoro pluriennale a favore dell’uguaglianza.
Si autodefinisce con ironia «femminista basca, grassa, lesbica, meno cattiva di quanto sembri e più intelligente di quanto dovrebbe essere».
_
