cctm collettivo culturale tuttomondo Narciso ed Eco

La vicenda di Narciso ed Eco si trova nel libro terzo delle Metamorfosi, poema che Ovidio compose tra il III e l’VIII secolo d.C.
Narciso, figlio del dio fluviale Cefiso e della ninfa Liriope, è un bellissimo giovane, amato da ninfe e fanciulli, che da lui però sono indistintamente respinti e disprezzati. Fra i tanti innamorati di Narciso si distingue la ninfa Eco, che lo scorge mentre sta cercando di catturare dei cervi e se ne innamora perdutamente. Subito vorrebbe avvicinarlo ma glielo vieta la sua natura: infatti Eco non può mai prendere la parola per prima, può solo ripetere gli ultimi suoni che sente. È questa la punizione inflittale da Era per averla distratta con le parole mentre le ninfe insidiavano il suo sposo Zeus.
Così l’incontro tra Eco e Narciso è un crudele equivoco: Eco ripetendo le parole di invito del giovane, si illude di essere in qualche modo desiderata da lui, illusione che viene brutalmente spezzata dalla frase di profondo disprezzo di Narciso: “Giù le mani! le intima, piuttosto morire che darti la mia persona”. Il dolore che deriva da questo rifiuto è così grande per Eco che il suo corpo dimagrisce fino a scomparire e le sue ossa si trasformano in pietra, tanto che alla fine è solo la voce a restare di lei. Ma Eco non è la sola ad aver sofferto, qualcun altro – di cui si ignora l’identità – è rimasto ferito dalla superbia di Narciso e invoca Nemesi per attuare la sua vendetta: che lo stesso Narciso ami e non possa raggiungere l’essere amato.
Affaticato da una battuta di caccia, Narciso giunge presso una fonte dalle acque pure ed argentee dove nessun pastore e nessun animale si era mai abbeverato. Lui beve per placare la sete, ma un’altra sete si accende, quella del desiderio, poiché s’innamora perdutamente del bellissimo giovane il cui riflesso scorge nella fonte. Crede di amare una persona reale e non si accorge che invece ciò che ama è solo l’immagine di se stesso. Dopo un pò, Narciso si rende conto che il giovane della fonte assume le sue stesse espressioni, compie gli stessi gesti, e quindi non può sbagliarsi: “Io sono lui!”. Se prima Narciso soffriva perché non capiva come raggiungere l’amato, adesso che sa di amare se stesso, si dispera e quasi impazzisce per l’impossibilità di realizzare un simile amore.
Il grande dolore che ne deriva lo distrugge e il suo corpo si consuma fino a morire, anche se la sua grande passione in realtà sembra sopravvivere perché giunto nell’Ade continua a specchiarsi nello Stige. Al suo posto, vicino alla fonte, crescerà l’omonimo fiore.
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opera: John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903
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