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Gianmaria Testa (Italia)

21/01/2026 By carlaita

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di Gianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016)

Ho fatto in tempo, da bambino, a imparare la semina del grano a mano.

Era praticata ormai soltanto nei campi più piccoli e difficili da lavorare con un trattore e la macchina da semina. Ci si metteva il sacco di iuta a tracolla con l’apertura verso la mano destra e poi si partiva. Al primo passo s’infilava la mano nel sacco cercando di prendere sempre la stessa quantità di grano, al secondo si faceva un largo gesto con il braccio e si apriva il pugno in maniera da spargere i semi in modo uniforme davanti e a lato del proprio corpo in movimento. A dirlo così sembra facile, in realtà quello è stato forse il lavoro più difficile che mi sia capitato di fare quando lavoravo con mio padre, e non credo di essere mai veramente riuscito a impararlo bene. Richiedeva coordinazione, calma, attenzione, ritmo, passo regolare, mano ferma e testa sgombra da altri pensieri. Tutto doveva confluire in quel gesto ripetuto, in quel camminare dritto e senza esitazioni. C’era qualcosa di definitivo e fiero, e c’era anche un’intrinseca speranza di raccolto propizio.

Mi rendo conto soltanto adesso che la semina del grano a mano assomigliava a una preghiera, una specie di rosario fatto di gesti invece che di Avemarie e Paternoster. Era come una lunga e sudata giaculatoria. Ed era un lavoro da uomini adulti, gente che avesse masticato la fatica della terra, gente che nelle mani dure e nella schiena avesse memoria di quanto fosse costato portare quella terra a essere pronta a custodire, e poi a crescere, il grano. Forse è per questo che mio padre, che in genere s’innervosiva in fretta, sul seminare a mano è stato piuttosto paziente. O forse semplicemente sapeva che quel mondo di passi e bracciate stava per finire e non sarebbe più stato il mio.

Ho incontrato e riconosciuto nel passo e negli occhi di certi anziani contadini quel piglio da seminatori di grano e l’ho ritrovato anche nei personaggi di uno dei quadri simbolo del Novecento italiano, Il quarto stato di Pellizza da Volpedo.

Tutti conoscono quelle figure, i due uomini e la donna con il figlio in braccio che avanzano in testa a un corteo di braccianti, tutti hanno visto in quegli occhi la determinazione e la fierezza di chi sa di avere delle ragioni da difendere e sta andando a farle valere. Anch’io naturalmente, ma più di ogni altra cosa mi ha sempre colpito il passo, quell’incedere che a me sembrava da seminatori di grano. A Volpedo, nel luogo dove Giuseppe Pellizza ha dipinto il suo quadro, hanno messo delle grandi pietre piatte in mezzo ai sassi tondi dell’acciottolato, segno indelebile delle posizioni nelle quali si trovavano i modelli che il pittore aveva ritratto. Di alcuni di loro, grazie agli appunti di Pellizza, si conoscono nomi e cognomi, la donna era sua moglie Teresa, l’uomo al centro si chiamava Giovanni Zarri e faceva il muratore, l’uomo a sinistra, Clemente Bidone, era un reduce della Terza guerra d’indipendenza. I modelli, regolarmente pagati dal pittore, posarono per molti giorni sotto il sole nell’estate del 1898 in piazza Malaspina, scelta non a caso in quanto sede di un palazzo padronale verso il quale il corteo idealmente si dirigeva a rivendicare giustizia. Ma tutto questo l’ho scoperto dopo, anche grazie all’ausilio di un gentile e appassionato volontario del Museo Giuseppe Pellizza.

Quel quadro invece mi accompagna da sempre, da quando lo vidi per la prima volta riprodotto in un libro di testo alle medie. E sempre ci ho trovato qualcosa di familiare, addirittura un sentimento di déjà-vu, come mi è capitato soltanto leggendo certi romanzi di Fenoglio. In questi ultimi anni, però, alla sensazione di familiarità se n’è aggiunta un’altra. Il quarto stato è diventato per me un termine di paragone fra quella moltitudine in cammino e altre moltitudini contemporanee, anch’esse in cammino, ma senza quel passo e quello sguardo, perché a muoverle non è una volontà di giustizia, a muoverle è la disperazione di chi non ha più niente da perdere, la più forte delle energie.

da Da questa parte del mare, Einaudi, 2016

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foto: Gianmaria Testa by Alex Astegiano – fair use

bluesky

Gianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016) è stato un cantautore e scrittore italiano.

Prima di dedicarsi completamente alla musica, aveva fatto il capostazione a Cuneo. Aveva raggiunto il successo negli anni novanta: prima in Francia, soprattutto grazie a un tour nel 1995, e solo in seguito in Italia.

La critica ha paragonato lo stile di Gianmaria Testa a quello di Paolo Conte e Ivano Fossati. Tra i suoi estimatori c’era lo scrittore francese Jean-Claude Izzo, con il quale il cantautore era diventato amico.

Tra gli album principali di Testa si ricordano Lampo, Altre latitudini e soprattutto Da questa parte del Mare, un concept album sull’immigrazione con il quale vinse il premio Tenco nel 2007.

Il suo ultimo disco in studio, Vitamia, era uscito nel 2011. Nella seconda parte della sua carriera si era dedicato anche al teatro, realizzando un tributo a Fred Buscaglione e collaborando con lo scrittore Erri De Luca.

Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Ninna nanna dei sogni (Gallucci Editore, 2012, illustrazioni di Altan), Ventimila Leghe in fondo al mare (Gallucci Editore, 2013, illustrazioni di Marco Lorenzetti), Biancaluna (Gallucci Editore, 2014, illustrazioni di Altan), Il sentiero e altre filastrocche (Gallucci Editore, 2015, illustrazioni di Valerio Berruti), Da questa parte del mare (Einaudi, 2016).

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