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Italo Calvino Il bottone

25/04/2026 By carlaita

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Il bottone di Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 1923 – Siena, 1985)

Il bottone, al tramonto, raccoglie le ultime luci sulla sua superficie liscia ma non può trattenerle dallo scorrere, giù per la lieve convessità, verso il bordo rilevato dove un’ala d’ombra sta in attesa, pronta a inghiottirle. I riflessi luccicanti che nelle ore del giorno hanno cullato il bottone nell’illusione d’essere specchio e di poter accogliere nella sua imperturbabile circonferenza l’immagine tumultuosa del mondo, alla sera si smorzano e restituiscono il disco alla sua solidità opaca.

È l’ora in cui una ritrovata certezza potrebbe ripagare il bottone della perdita di splendori fluttuanti e ingannevoli: se non potrà essere mondo, sarà bottone, come è sempre stato ed è, modellato in un eterno presente. Ma già un’altra ambizione lo prende: quella di sfoggiare le striature della sostanza cornea e la traccia impercettibile lasciata dal ruotare del tornio: le prove insomma della nobiltà di chi ha avuto per madre la natura vivente e non lo stampo della plastica sorda e inanimata. Per scorgere questi dettagli, c’è un momento in cui la luce non si riflette più sul disco ma è diffusa ancora nell’aria del crepuscolo. Ecco, forse adesso. No: troppo tardi! Cala il buio.

I pertugi della natura roccia, crateri di vulcani, orifizi del conservano il mistero corpo umano caverne nella nelle di vie che s’aprono sulle forze oscure dell’essere. Non così i fori del bottone: netti, regolari, simmetrici, centrali, essi rappresentano la ragione sue accezioni più usuali: ragione pratica, ragione sufficiente – e fanno del bottone un bottone, ne condizionano funzione ed essenza. Il filo che in essi scorre dovrebbe partecipare della stessa univocità e assolutezza; invece il contrasto tra il suo modo d’essere e quello del bottone è irriducibile. In mezzo alla distesa levigata, priva della minima increspatura, si leva un doppio ponte di fibre, che a uno sguardo ravvicinato si rivelano filamentose e bioccolate: lacci che si stringono alle pareti esatte dei fori con l’accanimento malleabile delle liane nella giungla e delle spire dei serpenti. Nel cuore del bottone impassibile s’annida un’anima flessuosa e intrigante, capace di disporsi in due parentesi simmetriche e uniformi nel tratto del suo percorso allo scoperto, ma anche di nascondere nell’interstizio tra bottone e stoffa un groviglio attorcigliato e bitorzoluto. Ed è su questo tronco-viluppo ritorto e convulso che il bottone regge la sua serenità imperterrita.

Tra le cose del mondo i legami più saldi si fondano sull’eterogeneità, purché essa garantisca l’elasticità necessaria a una connessione mobile e articolata: così la gomena tra la nave e il molo, così il filo tra il bottone e la stoffa.

Se il centro del bottone custodisce gli organi più essenziali alla funzione dell’allaccio, insieme esatti come ingranaggi e reattivi come visceri, la circonferenza può permettersi un segno di lusso ornamentale, sia pur austero, quale il bordo rilevato. Questa rifinitura non è priva di significato: giustamente sottolinea una proprietà decisiva dell’oggetto: la misura dei suoi confini. Infatti, un bottone d’estensione illimitata non servirebbe ad abbottonare perché non entrerebbe in alcun occhiello, così come un bottone di superficie nulla o scarsa non potrebbe esercitare alcuna presa; dunque esiste una norma aurea, il giusto calibro che il rilievo del bordo incorona, a ricordare che il mondo è una rete di corrispondenze dove non c’è cosa fine a se stessa e ogni bottone presuppone un occhiello e viceversa.

Valicati i bordi, si ritorna verso il centro percorrendo la faccia inferiore del bottone, che è svasata, come d’un piatto o scodella. Per studiarne le proprietà, si consiglia d’attendere il sorgere della luna: bottone e satellite brilleranno entrambi di luce riflesse sulle facce che reciprocamente si fronteggiano, mentre le facce nascoste resteranno fasciate d’ombra, ma con questa differenza: mentre il rovescio della luna s’affaccia su vuoti abissi di lontananza, il rovescio del bottone schiaccia la propria ombra sui campi di stoffa, da cui solo lo separa un peduncolo di filo più corto d’un gambo di fungo, o addirittura aderisce alle labbra dell’occhiello nel lungo bacio dell’abbottonamento, e accetta la carezza vellicante del tessuto.

I rapporti tra il bottone e la distesa morbida di stoffa in cui affonda le sue radici filiformi – prato erboso se è lana, o fitta stuoia di fibra sintetica – non sono definibili con certezza, come sempre accade tra entità inconciliabili. Insensibile al caldo, al freddo, al secco, all’umido, il bottone può ben farsi forte del suo temperamento stabile, ma non di rade la ricchezza di reazioni della stoffa, il suo fiorire e il suo patire, la sua partecipazione ai climi e alle intemperie, gli paiono aspetti degni d’invidia, o gli suscitano uno struggente desiderio.

Insofferenza reciproca e complementarità amorosa s’alternano e si mescolano, come in tutte le lunghe convivenze. L’autunno è la stagione in cui questi sentiment toccano l’acme: dalla stoffa che assorbe l’umidità dell’aria, esala una nebbia pungente; il bottone non si stanca d’aspirarla spalancando le sue tonde narici.

da Quattro studi dal vero alla maniera di Domenico Gnoli, in Guardare. Disegno, cinema, fotografia, arte, paesaggio, visioni e collezioni, Mondadori, 2023

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opera: Domenico Gnoli,  Button n. 4, 1969 – collezione privata

bluesky

Quattro studi dal vero alla maniera di Domenico Gnoli è il titolo di uno dei saggi più belli di Calvino che raccoglie quattro brevi scritti su quattro quadri di Gnoli che ritraggono: una scarpa da donna, un bottone, un collo di camicia da uomo, un guanciale.

Ognuno di questi “semplici” oggetti dipinti sono in realtà rappresentati su tela come fossero enormi dettagli, monumenti sconcertanti, come se Gnoli con una lente di ingrandimento avesse scelto cosa farci guardare.

Avrebbe potuto benissimo completare il lavoro inserendo la presenza umana, disegnando ad esempio non solo una scarpa di una donna ma anche il collo del piede, la gamba, la presenza umana che la indossa.

Ogni singolo elemento viene “lasciato vivere” sulle opere pittoriche di Gnoli e in quelle scritte di Calvino, quel dettaglio su cui ci si focalizza è considerato come un’abitudine del pensiero e un atteggiamento di vita che fa in modo che la sua forza esemplare influisca su tutto il resto.

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 1923 – Siena, 1985) è stato uno scrittore e paroliere italiano.

Dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza partigiana durante la Seconda guerra mondiale, intraprese la carriera di scrittore, esordendo con opere di ispirazione neorealista come “Il sentiero dei nidi di ragno”. Nel corso della sua vita letteraria abbracciò diverse correnti, dal neorealismo al postmoderno, con un’ampia produzione che spazia dal fantastico al saggio, caratterizzata da uno stile cristallino e da un interesse per la razionalità e l’ironia. Tra le sue opere più famose ci sono la trilogia “I nostri antenati” (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente), “Le città invisibili”, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e “Cosmicomiche”.

Domenico Gnoli (Roma, 1933 – New York, 1970) è stato un pittore, illustratore e scenografo italiano.

E’ stato un vero gigante della creatività moderna, morto a soli 37 anni come Raffaello, Van Gogh e il Parmigianino. Gnoli, in quel pugno di primavere in cui ha vissuto, è riuscito lì dove molti suoi colleghi hanno fallito: ha trovato l’astrazione nella vita di tutti i giorni, semplicemente ingrandendo ed esplorando nel dettaglio le forme e gli oggetti più banali del mondo.

Come una bretella, un bottone o un’acconciatura.

Romano innamorato dell’Umbria (aveva lo studio a Spoleto), padre poeta e madre ceramista d’origine francese, il suo destino non poteva che essere nell’arte.

«Sono nato sapendo che sarei stato pittore, perché mio padre, mi ha sempre presentato la pittura come l’unica cosa accettabile», disse un giorno.

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